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salviamo-la-val-padana-e-facciamoci-pure-i-soldi

dicembre 28, 2015

http://blog.rinnovabili.it/il-climologo/salviamo-la-val-padana-e-facciamoci-pure-i-soldi/

Macellerie

luglio 12, 2012

Dopo l’archiviazione con tante scuse (e non da tutti) della macelleria della Diaz prosegue ineffabile la macelleria sociale, come l’ha definita non il rivoluzionario estremista di turno ma il presidente di Confindustria Squinzi. Il Pd (compreso il supremo regista Napolitano) continua imperterrito ad avallare il disfacimento di ogni parvenza di quel che è stata l’Italia del dopoguerra per i lavoratori, gli studenti, i pensionati, attuando persino meglio di Silvio il piano di Gelli. La gente che non ruba, non traffica, non inquina prove né fiumi, non deve più avere alcuna certezza né di un posto in ospedale quando si ammala, né di un posto di lavoro fisso per mettere su famiglia e pagare il mutuo, né di una pensione quando invecchia. Tutto il denaro dello stato sociale deve essere prosciugato dai ricchi speculatori con il panfilo a Portofino, che arraffano in un mese quel che un operaio o un maestro elementare non guadagna in un vita di lavoro ed impegno. Cosa ci resta? Montagne di chiacchiere sul ruolo internazionale ed europeo di un paese che in Europa e nel mondo non conta ormai più nulla (ammesso che lo abbia mai fatto davvero)? Il secondo posto agli europei? La torre di Pisa? Boh, forse la speranza che i vecchi prima o poi muoiono e i guai che hanno fatto si potrà cominciare a rimetterli a posto. Forse.

Vittorio Marletto, sul Manifesto del 10 luglio 2012

L’ordine mondiale di Monti

gennaio 27, 2012

Qualcuno, per esaltarlo, ha paragonato il governo Monti alla destra storica di 150 anni fa, considerando quest’ultima come un esempio di buon governo ed il primo come esponente, finalmente, di un sobrio liberalismo. Il paragone non regge. I governi della destra storica erano sorretti da una chiara maggioranza parlamentare liberale, espressione del capitalismo nordico e laico di allora, che approfittò dell’unificazione per sbarazzarsi della concorrenza meridionale e per arricchirsi con le ferrovie e con l’edilizia nelle varie capitali. Nel Parlamento attuale, che pure ha votato per Monti con maggioranza schiacciante, di liberali non ce n’è. Ci sono i populisti di Berlusconi, i giustizialisti di Di Pietro, i clericali di Casini e quella inconcludente marmellata di contraddizioni che si chiama Pd. Dietro Monti e dentro il suo governo il potere c’è, ci sono esponenti del sistema bancario, baronale, di quello vaticano. Ma i liberali, anzi i liberisti, come si dovrebbe chiamarli per maggiore chiarezza, non hanno bisogno di stare in Parlamento, non stanno neanche in Italia e manovrano la crisi dall’esterno. Monti è nuovo, un terminale italiano del nuovo ordine mondiale dei “mercati”, che non risponde né al Parlamento né ai cittadini.
(Vittorio Marletto Bologna, il Manifesto, 26 gennaio 2012)

Caro Obama

maggio 4, 2011


Guantanamo avevi promesso di chiuderla e non l’hai fatto. Ora però sappiamo che senza Guantanamo non avresti mai scoperto dove stava Osama. Quindi viva Guantanamo e il waterboarding. Avevi promesso di chiudere i fronti di guerra e non l’hai fatto, anzi ne hai aperto un terzo, ora però il generale in capo del terrorismo internazionale è morto (per la seconda volta?), quindi viva la guerra, le forze speciali (le Foche della Marina), gli elicotteri e i satelliti spia. Viva Obama, e soprattutto viva la Cia. Saluti speciali dal Pianeta delle Meraviglie, tua Alice

Il mare è rimandato

marzo 16, 2011

Accidenti allo tsunami! Proprio non ci voleva, dopo tutto quello che Enel e compagnia hanno speso di propaganda per convincerci che il nucleare è una passeggiata, sicuro come una cassaforte, eccolo lì quel maledetto reattore giapponese che salta per aria come una bomba, e c’è pure il filmato, che quello almeno per Cernobil mancava. E adesso? Adesso che gli italiani possono vedere i giapponesi che con tutta la loro famosa organizzazione compostamente prendono lo iodio, evacuano 24 km dalla centrale, misurano la radioattività addosso ai bambini e ricoverano i primi contaminati? Allora parola d’ordine contenere i danni, l’Italia in fondo non è sismica come il Giappone (spiegatelo a quelli dell’Aquila, del Belice, del Friuli, della Campania), nel Mediterraneo gli tsunami non si sono mai visti (però bisogna tacitare gli archeologi che ci raccontano la civiltà di Creta spazzata via dallo scoppio del vulcano di Santorini) i nostri reattori sono nuovi quindi più sicuri (col piccolo particolare che la commissione di controllo americana non li ha ancora approvati) e così via sparando altre balle. Fortuna che il referendum si fa a scuole chiuse, con le mamme già al mare, ma stavolta può succedere che le mamme rimandino la partenza di qualche giorno, giusto il tempo necessario per mettere la x sul sì, che vuol dire sì, son tutte balle, e scoppiano!

Saluti radioattivi, Vittorio Marletto

(lettera pubblicata su Il Manifesto del 16 marzo 2011)

A cosa stai pensando

dicembre 2, 2010

Sto pensando che Mario Monicelli aveva il diritto di farla finita in modo più umano, e noi con lui. (lettera pubblicata sul Manifesto del 2 dicembre 2010)

ciao Mario, e grazie per tutto

Complimenti a Pio d’Emilia

febbraio 17, 2010

Il cuore nero della Toyota...

I miei complimenti a Pio d’Emilia per il bellissimo articolo di ieri sulla Toyota. I suoi pezzi dal Giappone sono uno dei motivi per i quali continuo a comprare il manifesto. Saluti
(lettera pubblicata sul Manifesto del 12 febbraio 2010 a seguito dell’articolo seguente)

Gran ritiro giapponese – Pio d’Emilia – TOKIO
Il colosso dell’auto si riprende le vetture dai freni difettosi Lo scrittore Kamata traccia il profilo della multinazionale

C’è dignità nella sconfitta, e chi sbaglia ha diritto al perdono. Ammesso però che lo chieda, e che si mostri sinceramente pentito. Vale pure per i giapponesi, anche se oggi si suicidano più per disperazione che per onore. Perfino l’imperatore Hirohito, dopo aver mandato a morire milioni di suoi connazionali, di fronte alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki (e all’avanzata sovietica nelle Curili) ebbe il coraggio (o la furbizia) di dire basta, offrendo la resa incondizionata agli alleati. E da criminale di guerra si trasformò in pacioso studioso di idrozoi. Non così Akio Toyoda, 53 anni, presidente, da poco più di un anno, del (quasi) omonimo impero. Che sta andando a rotoli. Non era mai successo che uno sale in taxi, a Tokyo, e quando vede che si tratta di una Toyota Prius, fiore all’occhiello dell’azienda, chiede all’autista: ma frena?
In Giappone la forma è tutto e non è passata inosservata, nemmeno sulla stampa da sempre amica (provate a sopravvivere, senza la pubblicità Toyota) l’arroganza di un uomo che si inchina ai giornalisti, a telecamere spente, ma resta in piedi, tutt’altro che contrito, quando si accendono le luci della diretta. Certo, ha chiesto scusa, Toyoda, e ha promesso – dopo essere stato ripetutamente bacchettato dall’attuale governo – che l’azienda interverrà con urgenza ed efficienza, e che le sue auto continueranno a essere le migliori e le più sicure del mondo. Ma non si inchina, come tutti si aspettano, come il suo predecessore Katsuaki Watanabe aveva fatto nel 2006 per molto meno e come fanno da sempre i dirigenti delle aziende, siano esse pubbliche o private, che «sbagliano».
Akio Toyoda no. L’ultimo rampollo della famiglia Toyoda – il cui fondatore Kiichiro, cambiò il nome dell’azienda per ingraziarsi gli spiriti (Toyoda, con i caratteri ideografici, si scrive con un paio di trattini in più di Toyota, segno di abbondanza) – considerato dal padre Shoichiro un «bamboccione» al punto da mandarlo a studiare negli Usa togliendolo, a suo tempo, dal «giro» dei manager di punta del gruppo, è stato proiettato al vertice dopo il «Lehman shock», lo tsunami finanziario che due anni fa aveva innescato il tracollo dell’Impero, dimezzando vendite e profitti, provocando la perdita di migliaia di posti e travolgendo l’intero management. «Riporterò umanità ed efficienza nell’azienda», aveva detto il giovane neopresidente, in inglese. Con le sue scelte poco felici, e la sua arroganza, la sta portando alla rovina.
«Quello che sta succedendo oggi era perfettamente prevedibile già trent’anni fa, quando il mondo guardava alla Toyota e al toyotismo come il modello vincente del nuovo capitalismo». Conosco Satoshi Kamata da trent’anni, appunto. Nel 1979, sotto falso nome, si fece assumere dalla Toyota, come lavoratore stagionale, e dopo sei mesi ne denunciò le disumane condizioni di lavoro in un libro che fece scalpore: Zetsubo kojo, «La fabbrica della disperazione». «L’azienda mi dichiarò guerra – ci racconta Kamata – oltre a citarmi in tribunale esercitò pressioni dirette e indirette su giornali, settimanali e riviste. Se avessero pubblicato un mio pezzo, avrebbero ritirato la pubblicità».
In qualche modo Kamata è sopravvissuto e ora lavora come consulente per il nuovo governo di centrosinistra. È stato lui a insistere, in questi giorni, affinché il governo assumesse un atteggiamento intransigente con l’azienda, che ancora venerdì scorso, dopo mesi di silenzio, aveva escluso un richiamo totale della Prius. Alla fine i vertici Toyota hanno dovuto cedere. Salvo che per i Vip, il gruppo non ha previsto una macchina sostitutiva per tutti. «Dopo aver trattato i lavoratori come carne da macello, sfruttandoli e sottopendoli a turni impossibili, adesso è la volta dei clienti. Arrangiatevi. È lo stile Toyota – dice Kamata – altro che efficienza, just in time, controllo qualità. Questa è un’azienda che ha studiato a tavolino la massimizzazione del profitto ed è passata sopra a ogni regola. Quando ci lavoravo io persino la minzione era minuziosamente regolata. C’è gente che è stramazzata al suolo a 33 anni, dopo aver accumulato oltre 100 ore di straordinari. E non esitano a trattare con il regime birmano, pur di risparmiare sui costi di produzione. Cosa vi aspettate da gente così?».
L’uomo stramazzato al suolo era Keinichi Uchino. Non è è il primo, non sarà l’ultimo a morire di Karoshi, la morte da superlavoro. Ma il suo caso è l’unico, per ora, a essere stato riconosciuto formalmente come tale, con l’azienda condannata a pagare un consistente risarcimento alla famiglia superstite. «Pensavamo che Toyota avesse capito la lezione – spiega Hisao Wakatsugi, leader di un sindacato “antagonista” che ha dovuto lottare non poco per essere riconosciuto dai dirigenti, e che ha aiutato la moglie di Uchino nel corso della battaglia giudiziaria – E invece no. Continuano a imporre ritmi assurdi, ricorrendo selvaggiamente al lavoro interinale e licenziando chiunque si metta di traverso, anche con un semplice commento».
Secondo Wakatsugi, le condizioni di lavoro, da sempre pesanti, sono ulterioremente precipitate sei anni fa, quando l’allora premier Koizumi estese al manifatturiero la possibilità di ricorrere al lavoro interinale. «È ovvio che un lavoratore assunto per tre mesi, magari straniero, sia meno motivato di quanto lo eravamo noi, che sapevamo di aver un posto per la vita. Questi grandi manager in realtà sono grandi mascalzoni: non si gestisce un’azienda sfruttando oltre ogni misura la mano d’opera. Di questo passo la Toyota non dovrà limitarsi a richiamare i suoi modelli, sarà costretta a chiudere».

(il manifesto 10/2/2010)

A che serve «il Manifesto»

febbraio 17, 2010

Boh...

Qual è la natura e lo scopo dello stato? Perché esistono la legge e i tribunali? Quale sistema di pensiero può spingere un economista e ministro ad affermare che «le tasse sono bellissime»? E quale altro sistema di pulsioni può invece spingere alti funzionari, amministratori pubblici, padroni, financo preti e giornalisti, a sentirsi al di là dello stato, della legge, delle tasse, dei tribunali, degli altri cittadini? Come posso spiegare ai miei figli adolescenti la «repubblica democratica fondata sul lavoro» che sentiamo raccontata ogni mattina dal giornale radio? Non vi nascondo che la lettura quotidiana del Manifesto mi aiuta in questo compito difficilissimo e mi fornisce molti elementi per tentare di rispondere alle domande colossali che mi pongo, e che soprattutto mi sento porre in casa. Coraggio dunque, e grazie.

(lettera pubblicata sul Manifesto il 13 febbraio 2010, dopo lo scoppio del caso Bertolaso)

La debolezza del Pd

gennaio 26, 2010

C'era...

Caro Manifesto,
Mentre il Pd prende una batosta dietro l’altra (il comunista Vendola straccia D’Alema in Puglia, il cattolico Delbono a Bologna trascina nel fango la città) mi domando: quand’è che i Democratici ex comunisti prenderanno atto del totale fallimento del progetto Veltroni-Bettini che ha provocato il crollo di Prodi, la sconfitta alle politiche, la perdita di Roma ed è proseguito con un insopportabile stillicidio di scandali (Campania, Calabria, Puglia, Abruzzo e ora Bologna)? L’Italia ha un disperato bisogno di gente onesta e pulita che faccia programmi e politiche di sinistra, che parli ai disoccupati, ai giovani, ai ricercatori, al mondo della cultura, e che soprattutto torni a fare della politica una suprema forma di volontariato, senz’altro premio che la fatica che costa stare dalla parte del popolo e contro i potenti.

(lettera pubblicata sul Manifesto il 26 gennaio 2010)

Le fauci del lupo

dicembre 23, 2009

Piduista numero 2232

Sono un po’ offeso. Nell’elenco di Cicchitto, accanto a Santoro, De Benedetti e Travaglio, il Manifesto non compare. È evidente che non ci considera pericolosi per sé e il suo padrone. Questo dovrebbe farci riflettere, specie oggi che il giornale costa (di nuovo!) cinquanta euro. Siamo un giornale irrilevante? Confesso che da un po’ compro anche il Fatto e che gli editoriali di Travaglio mi paiono assai più pungenti (e anche lucidi) dei vostri (fa eccezione Vauro, che in una vignetta riesce spesso a dire più che un trattato di politologia). Certo lui, il Travaglio, è monotematico, il suo tema è sempre e solo la banda di lupi che dice di governarci, mentre in effetti spolpa e smembra quel che resta di una nazione un tempo grassa. Devo però dire che mentre mi spolpano credo sia naturale concentrami sulle fauci del lupo piuttosto che sulle magnifiche sorti e progressive della sinistra. A quelle magari penseremo poi? Vittorio Marletto, lettera pubblicata il 17 dicembre 2009 su “il Manifesto”, pochi giorni dopo l’aggressione a Berlusconi e la reazione scomposta di Cicchitto in Parlamento.