Complimenti a Pio d’Emilia

by

Il cuore nero della Toyota...

I miei complimenti a Pio d’Emilia per il bellissimo articolo di ieri sulla Toyota. I suoi pezzi dal Giappone sono uno dei motivi per i quali continuo a comprare il manifesto. Saluti
(lettera pubblicata sul Manifesto del 12 febbraio 2010 a seguito dell’articolo seguente)

Gran ritiro giapponese – Pio d’Emilia – TOKIO
Il colosso dell’auto si riprende le vetture dai freni difettosi Lo scrittore Kamata traccia il profilo della multinazionale

C’è dignità nella sconfitta, e chi sbaglia ha diritto al perdono. Ammesso però che lo chieda, e che si mostri sinceramente pentito. Vale pure per i giapponesi, anche se oggi si suicidano più per disperazione che per onore. Perfino l’imperatore Hirohito, dopo aver mandato a morire milioni di suoi connazionali, di fronte alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki (e all’avanzata sovietica nelle Curili) ebbe il coraggio (o la furbizia) di dire basta, offrendo la resa incondizionata agli alleati. E da criminale di guerra si trasformò in pacioso studioso di idrozoi. Non così Akio Toyoda, 53 anni, presidente, da poco più di un anno, del (quasi) omonimo impero. Che sta andando a rotoli. Non era mai successo che uno sale in taxi, a Tokyo, e quando vede che si tratta di una Toyota Prius, fiore all’occhiello dell’azienda, chiede all’autista: ma frena?
In Giappone la forma è tutto e non è passata inosservata, nemmeno sulla stampa da sempre amica (provate a sopravvivere, senza la pubblicità Toyota) l’arroganza di un uomo che si inchina ai giornalisti, a telecamere spente, ma resta in piedi, tutt’altro che contrito, quando si accendono le luci della diretta. Certo, ha chiesto scusa, Toyoda, e ha promesso – dopo essere stato ripetutamente bacchettato dall’attuale governo – che l’azienda interverrà con urgenza ed efficienza, e che le sue auto continueranno a essere le migliori e le più sicure del mondo. Ma non si inchina, come tutti si aspettano, come il suo predecessore Katsuaki Watanabe aveva fatto nel 2006 per molto meno e come fanno da sempre i dirigenti delle aziende, siano esse pubbliche o private, che «sbagliano».
Akio Toyoda no. L’ultimo rampollo della famiglia Toyoda – il cui fondatore Kiichiro, cambiò il nome dell’azienda per ingraziarsi gli spiriti (Toyoda, con i caratteri ideografici, si scrive con un paio di trattini in più di Toyota, segno di abbondanza) – considerato dal padre Shoichiro un «bamboccione» al punto da mandarlo a studiare negli Usa togliendolo, a suo tempo, dal «giro» dei manager di punta del gruppo, è stato proiettato al vertice dopo il «Lehman shock», lo tsunami finanziario che due anni fa aveva innescato il tracollo dell’Impero, dimezzando vendite e profitti, provocando la perdita di migliaia di posti e travolgendo l’intero management. «Riporterò umanità ed efficienza nell’azienda», aveva detto il giovane neopresidente, in inglese. Con le sue scelte poco felici, e la sua arroganza, la sta portando alla rovina.
«Quello che sta succedendo oggi era perfettamente prevedibile già trent’anni fa, quando il mondo guardava alla Toyota e al toyotismo come il modello vincente del nuovo capitalismo». Conosco Satoshi Kamata da trent’anni, appunto. Nel 1979, sotto falso nome, si fece assumere dalla Toyota, come lavoratore stagionale, e dopo sei mesi ne denunciò le disumane condizioni di lavoro in un libro che fece scalpore: Zetsubo kojo, «La fabbrica della disperazione». «L’azienda mi dichiarò guerra – ci racconta Kamata – oltre a citarmi in tribunale esercitò pressioni dirette e indirette su giornali, settimanali e riviste. Se avessero pubblicato un mio pezzo, avrebbero ritirato la pubblicità».
In qualche modo Kamata è sopravvissuto e ora lavora come consulente per il nuovo governo di centrosinistra. È stato lui a insistere, in questi giorni, affinché il governo assumesse un atteggiamento intransigente con l’azienda, che ancora venerdì scorso, dopo mesi di silenzio, aveva escluso un richiamo totale della Prius. Alla fine i vertici Toyota hanno dovuto cedere. Salvo che per i Vip, il gruppo non ha previsto una macchina sostitutiva per tutti. «Dopo aver trattato i lavoratori come carne da macello, sfruttandoli e sottopendoli a turni impossibili, adesso è la volta dei clienti. Arrangiatevi. È lo stile Toyota – dice Kamata – altro che efficienza, just in time, controllo qualità. Questa è un’azienda che ha studiato a tavolino la massimizzazione del profitto ed è passata sopra a ogni regola. Quando ci lavoravo io persino la minzione era minuziosamente regolata. C’è gente che è stramazzata al suolo a 33 anni, dopo aver accumulato oltre 100 ore di straordinari. E non esitano a trattare con il regime birmano, pur di risparmiare sui costi di produzione. Cosa vi aspettate da gente così?».
L’uomo stramazzato al suolo era Keinichi Uchino. Non è è il primo, non sarà l’ultimo a morire di Karoshi, la morte da superlavoro. Ma il suo caso è l’unico, per ora, a essere stato riconosciuto formalmente come tale, con l’azienda condannata a pagare un consistente risarcimento alla famiglia superstite. «Pensavamo che Toyota avesse capito la lezione – spiega Hisao Wakatsugi, leader di un sindacato “antagonista” che ha dovuto lottare non poco per essere riconosciuto dai dirigenti, e che ha aiutato la moglie di Uchino nel corso della battaglia giudiziaria – E invece no. Continuano a imporre ritmi assurdi, ricorrendo selvaggiamente al lavoro interinale e licenziando chiunque si metta di traverso, anche con un semplice commento».
Secondo Wakatsugi, le condizioni di lavoro, da sempre pesanti, sono ulterioremente precipitate sei anni fa, quando l’allora premier Koizumi estese al manifatturiero la possibilità di ricorrere al lavoro interinale. «È ovvio che un lavoratore assunto per tre mesi, magari straniero, sia meno motivato di quanto lo eravamo noi, che sapevamo di aver un posto per la vita. Questi grandi manager in realtà sono grandi mascalzoni: non si gestisce un’azienda sfruttando oltre ogni misura la mano d’opera. Di questo passo la Toyota non dovrà limitarsi a richiamare i suoi modelli, sarà costretta a chiudere».

(il manifesto 10/2/2010)

Annunci

Una Risposta to “Complimenti a Pio d’Emilia”

  1. pietro fattori Says:

    Mi associo. Complimenti a D’Emilia. Grazie a lui, al suo sguardo critico, ci arrivano informazioni utili da quel mondo semi-ignoto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: