PD pragmatik?

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Paolo Serra sull’Unità di Bologna, 1 maggio 2008

Uno dei non pochi “tormentoni” che affannano da sempre noi che ci diciamo di sinistra è quello di estenuarsi in secolari diatribe topografico/posizionali su chi lo è più o meno. Normalmente, Moretti insegna, ci si limita a “dire” cose più o meno di sinistra perchè il fare è un verbo troppo pragmatizzante per affascinarci. Forse per differenziarsi ulteriormente da una connotazione sinistrorsa ora ritenuta imbarazzante, nel PD c’è una tendenza a sostituire l’astratto tormentone con un’altrettanto astratta “vocazione maggioritaria”. Mi pare che non cambi molto, la tecnica è consolidata, disputiamo sino allo sfinimento di astrazioni evitando di toccare la sporca e pragmatica vita di tutti i giorni.

Intendiamoci, non è che nel partito nel quale milito (come si diceva una volta) o al quale sono associato (come si dice adesso) da 34 anni i temi concreti non siano affrontati; il pragmatismo, il bagno nella realtà, però, pare un privilegio dei soli vertici, spesso dei soli eletti a cariche monocratiche, assolutamente da evitare per tutti gli altri, che al cospetto dei compromessi, confessabili o inconfessabili, cui chi pratica il potere è costretto (a volte) o impegolato (altre volte), potrebbero restare turbati e perdere la carica ideale che li fa partecipare direttamente alla vita politica.

Eccesso di protezione o malafede la situazione è chiara, alle decisioni politiche (ed anche amministrative) che contano meno si è, meglio è. Mi pare che uno dei due principi base della democrazia, quello di maggioranza, sia ribaltato e che la minoranza, anziché essere protetta da procedure di garanzia si trasformi in oligarchia (o peggio monocrazia) e faccia saltare il banco.

Al contrario, io penso che le decisioni più sono “importanti” più dovrebbero essere prese da una base allargata fatta partecipare sin dal momento nascente e non solo a quello della ratifica.

La formazione delle coalizioni elettorali e delle alleanze politiche è una di quelle decisioni.

In linea di principio credo che una forza politica non possa fare a meno di cercare di trovare più sostenitori possibile, proprio per accreditare l’idea che “lavora” in vista del bene comune e non di una sola parte, o frammento, della società. E questo può ottenerlo sia rafforzando se stessa, sia allargando la sua area di influenza a quelle formazioni disposte al confronto concreto sui temi del governo, o dell’amministrazione. L’unica discriminate possibile, appunto, è il rifiuto di una idea della politica come perseguimento del bene comune e l’arroccamento nella rappresentanza di una frazione sociale o anche territoriale, per intenderci.

Dopodichè in un partito che si definisce federalista ogni livello decisionale deve essere libero di decidere, pragmaticamente, le alleanze e le coalizioni che pensa siano più adatte per conseguire l’obiettivo, lo ripeto, il bene comune.

Piantiamola, perciò, con questa discussione astratta, ed iniziamo a trattare, pragmaticamente, i temi caldi dei prossimi mandati comunali, provinciali, regionali.

Uno fra tutti, ovviamente per lo scrivente, quello delle infrastrutture di trasporto:

– come dotare la regione di un efficiente servizio ferroviario locale? unico modo per contenere inquinamento e congestione del traffico pendolare? aspettando fiduciosi i fondi romani o impegnandosi anche direttamente?

– le soluzioni parzialmente in tunnel delle metro/tramvie di Bologna e Parma sono così indispensabili o si potrebbero portare completamente in superficie, con un abbattimento dell’80% dei costi per km?

– come utilizzare le consistenti risorse così risparmiate?

Mi paiono questioni più interessanti di quelle vocazionali. Non vi pare?

Paolo Serra mad9921@iperbole.bologna.it

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