il nostro compito? investire sul legame sociale

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In queste elezioni ha sì vinto Berlusconi e ha dilagato la destra fascista e xenofoba, ma il progetto strategico che si afferma è quello di D’Alema.

È di D’Alema l’idea di tenere in vita Berlusconi quando era politicamente moribondo, perché solo con Berlusconi vivo e vegeto si poteva evitare la ricostruzione del centro. È di D’Alema l’avversione storica per l’ulivo e l’ulivismo, intesa come relazione stabile con i partiti e con il “popolo” della sinistra. È di D’Alema l’idea di creare un nuovo partito moderatamente progressista e post-ideologico: quello che oggi è il PD. Sempre di D’Alema il gusto sadico di sacrificare il proprio nemico storico, l’ulivista Veltroni, per completare il progetto facendo fuori Prodi.

Si tratta di un progetto che ha puntato sulla distruzione del legame sociale, sostituendo ai rapporti con la società (a partire dalla eliminazione del sindacato come soggetto politico) i rapporti con la parte “buona” dei poteri forti. Da qui i legami privilegiati con le banche, con la parte non berlusconiana dell’industria e delle costruzioni, con i grandi giornali e persino con la finanza internazionale più ortodossa.

Col paradosso elettorale che, mentre questo progetto si afferma eliminando il centro e la sinistra dallo scenario politico, sul piano elettorale perde. E perde contro una destra che gioca proprio sui tavoli abbandonati dal PD: quello del legame sociale, interpretato in chiave territoriale e di criminalizzazione dello straniero, del povero e del diverso; quello dell’avversione ai poteri forti, furbescamente gestito sul piano materiale da Berlusconi in prima persona, con le sue battaglie contro l’establishment Fiat-Confindustria e per il “popolo delle partite Iva” e sul piano ideale (si fa per dire…) da Tremonti, con le sue dissacrazioni del rigore di bilancio pubblico, delle regole mercantili e finanziarie dell’Unione europea, della globalizzazione “cinese”.

E se Alemanno vince a Roma, non è perché c’è un problema sicurezza, vero o presunto che sia. Ma perché mentre Veltroni si alleava con i costruttori e Rutelli pensava a tenersi buono il Vaticano, la destra strumentalmente dava voce ai problemi concreti della vita quotidiana.

***

Come si reagisce a questo progetto? A mio modo di vedere servono tre passaggi.

Primo passaggio: prendere atto che non esiste più un’opzione istituzionale.

La sconfitta di Veltroni ha impedito che il progetto D’Alema stravincesse, ma una cosa è sicura: non c’è più nessuna alleanza con Prodi, nessuna opzione di governo (nazionale e locale), nessuna occupazione di cariche istituzionali, che riesca ad impedire che quello dalemiano sia lo scenario in cui collocare l’azione politica dei prossimi anni.

Secondo passaggio: investire in legame sociale.

Lo dimostrano i pochi casi in cui non c’è stata la débacle (Vicenza, l’affermazione solitaria di Action a Roma, …): la sinistra esiste solo se costruisce, difende e valorizza il legame sociale. Per trasformarlo in azione politica. Anche da questo punto di vista è ora che la sinistra riprenda e renda fecondo il rapporto con quelle esperienze che hanno investito sul legame sociale, anche per tentare un rinnovamento profondo della politica (la rete lilliput, i cantieri sociali e Carta, il movimento per l’acqua, i movimenti contro le grandi opere). Ed abbiamo fatto male a tacere quando non si è riusciti a trovare un leader elettorale della sinistra-arcobaleno capace di interpretare, anche simbolicamente, proprio questo rinnovamento.

Terzo passaggio: capire e farsi capire.

Investire in legame sociale vuole dire innanzitutto capire che non possiamo parlare solo tra di noi, ma dobbiamo trovare il modo di parlare con tutti. Ogni volta che leggo o sento un intervento – e in particolar modo quando lo condivido – mi chiedo che cosa capirebbe mia madre, il mio edicolante, il mio vicino di casa. Abbiamo il dovere di legare l’azione politica ai bisogni, l’elaborazione intellettuale al miglioramento di benessere. La questione ambientale, lo sviluppo urbano, la democrazia partecipata: devono essere tradotte in proposte chiare e comprensibile, che rendano evidente che c’è da guadagnarci una vita migliore, per tutti. E bisogna prendere atto una volta per tutte che questa capacità di combinare concretezza e cambiamento risiede sempre di più nei livelli “bassi”, nelle “periferie” della politica.

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Ancora due riflessioni finali.

Ritengo che la questione centrale resti sempre la stessa: il potere di pochi contro il benessere di tanti. Sapendo che il potere dei pochi si è intenzionalmente rifugiato là dove è minore il controllo democratico: l’arena sovranazionale. Il che ci obbliga a un’azione multilivello che riesca ad affermare i principi di una democrazia repubblicana dalla dimensione locale, a quella europea, sino a quella globale.

Penso anche che una nuova sinistra senza mezzi di comunicazione adeguati allo scopo non ha futuro. Per parlare a tutti e con tutti, per ricostruire anche in questo modo legame sociale, non bastano certo i nostri quotidiani e le nostre riviste di nicchia. Internet è certamente lo strumento insostituibile di lavoro delle reti, ma bisogna occupare lo spazio della comunicazione popolare. È ora di mettere nell’agenda della discussione anche l’uso della radio e della televisione.

Gerardo

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Una Risposta to “il nostro compito? investire sul legame sociale”

  1. Paolo Says:

    Investire sul legame sociale è un’ottima tattica.

    C’è però un problemino. Una tattica senza strategia, senza un fine di lungo termine, non serve a nulla. Faccio un esempio. Tutte le religioni apostoliche, come la Chiesa cattorlica, investono sul legame sociale da millenni. Dietro però hanno tutte strategia, vision, mission(e). Servono ideali chiari, comprensibili.

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